suicidio adolescenza psicologo

Quello del suicidio, e del pensiero suicidario, è un tema che interessa l’intero ciclo vitale di una persona, tuttavia il fenomeno ha una particolare rilevanza nel periodo dell’adolescenza e della prima età adulta.

Esistono dei segnali che devono poter essere colti, con lo scopo di prevenire gesti estremi. Alle volte si tratta di segnali quasi invisibili, se non conosciuti a priori.

Il suicidio è un rimedio permanente a un problema temporaneo
P. Donahue

Osservando le statistiche, i tentativi di suicidio sono stimati tra il 5% e il 10% negli under 15, arrivando ad un preoccupante 50% negli under 24. Numeri che stanno crescendo negli ultimi tempi, in particolare nelle fasce di età più giovani. Essendo un fenomeno complesso, la raccolta dei dati sul suicidio e sui tentativi di suicidio risulta particolarmente difficoltosa, facendo ipotizzare a una conseguente sottostima della reale portata di questo tema.

Ciò sarebbe in molti casi dovuto ad atteggiamenti di negazione o di minimizzazione da parte dei coinvolti, così come dalle differenze in seno alle procedure di registrazione ufficiale di queste circostanze. Non è raro che i tentativi di suicidio in adolescenza vengano catalogati come “incidenti”, a causa della oggettiva difficoltà a discriminare tra un atto volontario e un fatto accidentale.

 

Adolescenza e ideazione suicidaria: ruolo della famiglia

L’adolescente che arriva a produrre pensieri e ideazioni relative al suicidio è un giovane che sta sperimentando una sofferenza mentale, un vero e proprio disagio esistenziale, che ritiene di non poter affrontare se non ricorrendo al pensiero di morte. Ciò innesca una pericolosa dicotomia: o il disagio si risolve in modo immediato e definitivo oppure l’unica opzione che resta è il suicidio.

L’adolescenza è una fase particolare e delicata della vita di ogni individuo, nella quale si esperiscono conflitti, insicurezze, delusioni e un crescente desiderio di autonomia. E’ quella fase in cui iniziamo a scoprire noi stessi e gli altri, dove si inizia anche a mettere in discussione il sistema familiare di appartenenza e il relativo schema di valori e di ruoli interni (con livelli di pensabilità molto variabili tra famiglia e famiglia, che si traducono in gradi di rigidità rispetto all’individualizzazione del giovane).

In adolescenza si innesca un processo evolutivo che porterà a sviluppare la propria personalità, processo che non è separato dalle influenze interne alla famiglia e dalle influenze esterne, come quelle del gruppo dei coetanei, e i giudizi ricevuti e le esperienze vissute (o non vissute). Si capisce quindi come l’immagine di Sé del giovane adolescente si strutturi anche in funzione delle informazioni provenienti dagli altri, al pari di quelle che ricava su se stesso in relazione agli altri.

In questo caso noi psicologi cerchiamo di comprendere il complesso sistema di personalità, implicando una analisi del comportamento, la valutazione dei tratti e del temperamento (la caratteristiche disposizionali), la comprensione delle esperienze individuali che ci vengono presentate e l’analisi delle interazioni sia cognitive che affettive rispetto agli ambienti di vita del giovane adolescente.

Grazie a questi passaggi, diviene possibile farsi una idea della personalità dell’adolescente, ovvero della sua costruzione sociale di una organizzazione interna. La personalità si sviluppa in base alla storia delle relazioni dell’individuo nelle fasi di vita precedenti (infanzia, fanciullezza, età scolare, preadolescenza e adolescenza) il cui esito, che è rappresentato dall’età adulta, o maturità, coincide con il coronamento di come sono state caratterizzanti quelle fasi di vita vissute.

E’ durante l’adolescenza che il giovane mette in gioco le risorse di cui dispone, risorse che deve aver potuto ereditare già dalle prime esperienze familiari nella propria infanzia. Risorse che devono riguardare la sfera fisica, quella cognitiva, quella relazionale e quella emotiva (regolazione affettiva).

Il bisogno di autonomia e la necessità di sperimentare sono correlati al naturale impulso che porta i giovani a ricercare la propria identità e la scoperta degli altri; questo impulso naturale porta gli adolescenti a mettere alla prova i propri limiti in termini fisici, emotivi, cognitivi e relazionali, cosa che potrebbe esporli, se non ben “attrezzati” dal loro sistema familiare, a prove eccessive o estreme (Carbone, 2005).

La sperimentazione riguarda anche la sessualità, dimensione che mette in contatto la sfera fisica con quella relazionale. Si può anche esperire la fascinazione per la trasgressione, accentuando i conflitti con i genitori con i quali si innesca una danza che oscilla tra i bisogni di dipendenza e i desideri di indipendenza.

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Tutte queste trasformazioni, condensate in un arco temporale relativamente ristretto, contribuiscono a mettere in discussione gli assetti e gli equilibri del giovane adolescente.

 

Il suicidio, o il pensiero suicidario, in adolescenza

Il suicidio non va inteso come il desiderio di morte, bensì come interruzione del proprio flusso di idee a risoluzione di un dolore psicologico ritenuto insostenibile. Autori importanti definiscono infatti il suicidio come un movimento finalizzato ad allontanare emozioni intollerabili, dolore insopportabile o angoscia intensa e non come un movimento verso la morte (Shneidman, 2006).

A differenza di quanto si possa ritenere, il suicidio non è un gesto impulsivo: l’individuo non decide in modo improvviso di porre fine alla propria esistenza, ma arriva a tale gesto dopo un periodo più o meno lungo di pensieri negativi e recursivi. Si arriva a pensare di non avere uno scopo, alimentando un disagio interno che diventa insostenibile e portando l’individuo a ritenersi impossibile da aiutare. Questa visione può portare a vedere il suicidio come l’unica opzione possibile. Secondo Pompili (2009) la decisione di togliersi la vita caraterizza ogni potenziale suicida con motivazioni uniche e diverse dagli altri.

Lo stesso autore ci dice che in adolescenza, quando il giovane arriva all’ideazione suicidaria, si percepisce un dolore psichico ritenuto intollerabile e che non può avere alternative valide quanto la morte. Come accennato sopra, ci troviamo di fronte ad una forte ambivalenza, sia sul vivere/morire che sul farsi aiutare/negarsi l’aiuto esterno.

 

Incidenza del fenomeno suicidario e fattori di rischio

Suicidio e adolescenza, quando pensare allo psicologoConsiderando la fascia di età tra i 10 e i 20 anni, il suicidio è la seconda causa di morte dopo le lesioni involontarie e riguarda soprattutto i maschi. Kolves e De Leo (2016) hanno rilevato che un ragazzo su tredici ha tentato attivamente il suicidio, e il 30% degli under 25 ha riferito di aver pianificato o ideato un intento suicidario.

Gli adolescenti che hanno messo in atto un tentativo di suicidio sono una categoria a rischio circa la probabilità di reiterazione del gesto, in quanto portatori di pensieri negativi sviluppati in precedenza (Beck, 1996).

I fattori di rischio riscontrati con maggiore frequenza sono (Clerici, 2016):

  • fattori genetici,
  • livello socio-economico basso,
  • problemi familiari,
  • storie di abuso (fisico e/o psicologico),
  • depressione,
  • abuso di sostanze.

Un fattore di rischio di cui occorre tenere conto, pensando a come la società moderna sia cambiata rispetto a pochi anni fa, è la solitudine; una condizione che non riguarda solamente i giovani, ma anche gli adulti.

Occorre prima di tutto distinguere tra: solitudine, hopelesness e isolamento sociale.

  • Solitudine
    Stare da soli senza percepire isolamento, come quando si cerca uno stato di riflessione e tranquillità.
  • Hopelesness
    Descrive il sentimento dell’essere solo e “senza speranza”, una percezione soggettiva di:

    • discrepanza tra le relazioni desiderate e quelle vissute,
    • assenza di prospettive,
    • chiusura,
    • difficoltà nel dotare di significato le cose della propria vita,
    • sentimenti di dolore “primitivo”,
    • noia.
  • Isolamento sociale
    Assenza di interazione con gli altri, spesso evitati attivamente.

Riprendendo Janet (1926) possiamo descrivere la noia come quella condizione affettiva che muove l’impulso di ricerca interminabile di distrazione, una ricerca di qualcosa che possa salvare la persona dalla sua depressione e dal suo stato di vuoto.

La solitudine e la noia sono a base di molti disturbi, tra i quali:

  • depressione,
  • disturbi di personalità,
  • dipendenze comportamentali (spesso legate all’alimentazione o a comportamenti ripetitivi, come l’uso eccessivo di internet o del gioco d’azzardo)
  • psicosi.

Secondo Siracusano (2017) si può ipotizzare un passaggio tra lo stato di hopelesness a uno stato depressivo, che può esere considerata una “inermità depressiva” che porta a credere di non essere più in grado di affrontare i problemi, di non avere risorse, essere impotenti e vivere in modo apatico e passivo. In questa condizione aumentano anche le condotte autolesive.

Pertanto, i mediatori psicopatologici che portano più frequentemente al suicidio sono:

  • la depressione,
  • la paranoia,
  • i disturbi di personalità.

 

Bullismo, cyberbullismo e rischio di suicidio

Altro fattore di rischio legato al suicidio è il bullismo (al pari del cyberbullismo). Il bullismo è un fenomeno sociale di oppressione fisica e/o psicologica, ripetuta nel tempo e messo in atto da uno o più individui verso un soggetto ritenuto debole (la vittima). Questa forma di aggressione può avvenire anche in modo indiretto, mediata da mezzi telematici come i social network, le email, i sistemi di messaggistica come WhatsApp, Telegram ecc.

Si riscontra che tra gli adolescenti vittime di cyberbullismo ci sia una minore tendenza a cercare aiuto rispetto alle vittime di bullismo “tradizionale” (o bullismo diretto). Secondo Wang (2010) i sintomi depressivi e il rischio di suicidio sono significativamente maggiori nelle vittime di cyberbullismo. In particolare, questa forma indiretta di bullismo colpisce soprattutto il genere femminile.

Secondo recenti studi (Stratta, 2014) il cyberbullismo è da considerare un precursore della depressione e contribuisce ad alimentare il senso di disperazione.

 

Uso di sostanze stupefacenti e rischio di suicidio in adolescenza

Nell’esaminare il fenomeno suicidario in adolescenza va considerato anche il consumo di sostanze stupefacenti. L’uso di sostanze, in particolare quelle psicoattive, è fortemente correlato al rischio di suicidio.

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L’adolescente può essere alla ricerca di una forte esperienza, che arrivi ad alterare la realtà, in cui la vita stessa è messa a rischio, seppure in assenza della volontà di suicidarsi. Queste situazioni vengono definite “falsi suicidi“. In alcuni casi clinici sono state descritte esperienze extra-corporee prossime alla morte (NDE, near death experience) nelle quali si esperiscono esperienze dissociative, di separazione dal proprio corpo o di visione di una luce in fondo a un tunnel.

Triste a dirsi, le morti associate alla ricerca di queste esperienze estreme (le NDE) sembrano essere piuttosto frequenti e in aumento, soprattutto nei soggetti che fanno uso di sostanze. In questi casi le esperienze provate risultano essere abnormi e possono portare ad apparenti suicidi che, in realtà, sono esperienze psicotiche indotte, con stati gravi di dissociazione che possono essere interpretate come suicidi, come nei casi di giovani che precipitano da balconi perché in preda a pensieri deliranti circa la propria capacità di volare.

 

Fattori protettivi circa il rischio di suicidio in adolescenza

Nella ricerca recente sono stati individuati diversi fattori di protezione che contribuiscono alla prevenzione del suicidio in adolescenza. Tra questi troviamo la resilienza, studiata da Luthar (2006), che ricopre un ruolo importante nella prevenzione del suicidio. Per resilienza intendiamo la capacità di affrontare eventi stressanti e frustranti, riuscendo a tollerarli e mantenendo un adeguato livello di adattamento e di equilibrio psichico.

Il costrutto della resilienza è multidimensionale, e si compone di:

  • capacità e competenze personali,
  • risorse familiari,
  • risorse psicosociali.

In particolare la resilienza è un mediatore positivo tra i fattori di rischio e la depressione, ed è dimostrato come la sua assenza aumenti il rischio di suicidio (Johnson, 2011; Rossetti, 2017).

Altri fattori protettivi per la prevenzione del suicidio sono:

  • sviluppo di una buona comunicazione tra gli adolescenti e gli adulti di riferimento;
  • aumento dei livelli di autostima;
  • sviluppo della capacità di espressione emotiva;
  • sviluppo di una rete sociale adeguata (scuola, istituzioni, accesso ai servizi psicologici, ambiente familiare positivo).

Pertanto la prevenzione al suicidio va vista in ottica multidimensionale, così da favorire la qualità di vita dei giovani.

Diventa fondamentale coinvolgere uno psicologo nel caso in cui si ritenga opportuno approfondire una situazione considerata a rischio, in modo tale da poter ottenere una valutazione competente della situazione e dare inizio, qualora necessario, a un percorso di prevenzione.

 

 


Bibliografia

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  • Bischof, A., Meyer, E., Bischof, G., John, U., Wurst, F.M., Thon, N., Lucht, M., Grabe, H.J., Rumpf, H.S. (2015). Suicidal evens among pathological bamblers: The role of comorbidity of anxis I and anxis II disorders. Psychiatry Research. 225, 3: 413-419.
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Crediti immagini: Elijah O’Donnell, Nathan Cowley